La coppia yin-yang simboleggia tutte
le coppie di opposti:
ombra-luce
notte-giorno
freddo-caldo
inverno-estate
umido-secco
acqua-vapore
riposo-attività
assorbire-rilasciare
spazio-tempo
materia-energia
...-...
L'universo è in movimento perenne tra questi estremi.
E questo passare continuamente da una polarità all'altra, mai però in
contrapposizione ma in reciproca armonia come due amanti, è anche il
fondamento ideale del taijiquan (scritto anche t'ai chi ch'üan; o, con un'altra traslitterazione,
tai chi chuan).
Un'arte marziale nata in ambienti
taoisti, figlia quindi di una filosofia che nella sua opera fondante (il Daodejing) ha scritto:
"La cedevolezza prevale sulla forza,
la morbidezza batte la durezza",
"fra due combattenti vince chi cede",
"Vince
il nemico chi non dà battaglia. Chi sta al di sotto ben comanda gli uomini.
Del non contendere questa è la virtù".
Queste sono dunque le idee che stanno
alla base di questa arte marziale. Idee certamente di difficile comprensione
e attuazione. Almeno finché non proveremo su noi stessi che davvero si può
prevalere su chi è più forte semplicemente restando spontanei e morbidi; o
che non contrapponendosi a un attacco violento, questo, non trovando un
punto su cui sfogarsi, si ritorcerà immancabilmente contro chi lo ha
sferrato.
Perché lo yang si trasforma incessantemente in yin, e lo yin si
trasforma incessantemente in yang.
Detto in un altro modo: nel momento in cui qualcuno attacca un'altra
persona, cioè gli va contro, sbaglia, rompe l'equilibrio, l'armonia che non può essere infranta; va contro a un'altra parte di sé stesso.
Rispondere col taijiquan
non è altro che essere del tutto naturali e spontanei,
lasciare che le cose seguano il loro corso naturale: l'aggressore andrà da
solo incontro alla sconfitta, trascinato dal suo stesso gesto.
Altra citazione, molto più vicina a noi nel tempo e nello spazio: "un'idea,
se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione" (Gaber).
Il Taijiquan
è questo: mangiarsi l'idea. Prenderla, mangiarla e digerirla;
attuarla; sentirla, oltre che intenderla razionalmente; comprenderla, oltre
che capirla.
Perché: "La conoscenza va usata: la si può trasformare in
potere. La comprensione invece è qualcosa di più grande di noi, che non
diventa potere: non la si può usare, ma solo accettare" (Sheckley).
Non quindi solamente capire le tecniche ma sperimentarle su di noi e
imparare ad ascoltarci; non solamente capire le intenzioni dell'avversario
ma sentirlo, identificandosi con lui, fluendo assieme a lui, comprendendolo.
E attraverso la comprensione di sé stessi e degli altri, arrivare a
comprendere il tutto.
A cosa serve il tai chi chuan?
Serve per rafforzare e sbloccare la circolazione dell'energia
vitale nel corpo: quindi per la salute.
Serve come forma di meditazione in
movimento.
Serve come arte di combattimento.
E poi... in un tempo in cui
sono di moda i 'duri' e i forti; in cui sono tornati a pretendere di
governare ("Dove inerte è il governo, sano è il popolo; dove il governo è attivo, soffre il popolo"(Lao Zi))
quelli il cui credo è: Vincere!;
in cui i nuovi messia predicano la competitività, l'efficienza, il successo e
l'essere primi; allora può essere utile un'arte che insegni a essere
morbidi, a non andare mai 'contro' ma sempre 'assieme', a seguire
l'avversario dimenticando sé stessi, a rimanere in disparte nei luoghi più
infimi e bassi "come una valle che tutto accoglie"; in definitiva un'arte
che insegni a perdere:
"Con la durezza, sia noi che il nostro avversario
possiamo venir sconfitti o feriti e questa non è certo maestria. Se il mio
avversario usa la durezza, io lo neutralizzo con la morbidezza. Se il mio
avversario attacca con un movimento rapido, io con calma attendo il suo
attacco e lo neutralizzo. ... . E per questo io vi dico che chi studia il tai
chi chuan deve accettare di perdere per vincere" (Cheng Man Ch'ing).
"Perdere, ... , senza accettare alcun combattere, alcuna illusoria
opposizione, alcuna violenta autoaffermazione egoica. Abbandono come via di
fuga e come condizione culturale superiore rispetto alla tensione storica.
Abbandono come riconoscimento dell'armonia tra deriva singolare e gioco
cosmico" (Bifo).
Quindi rinunciare a vincere (perché non
c'è nulla da vincere), arrivando così - incredibile - attraverso la perdita alla
vittoria, a prevalere così come la cedevolezza dell'acqua prevale sulle cose
dure. Ma fare taijiquan
con l'intento dell'utilità vuol dire rientrare
già nella logica dei summenzionati personaggi; nelle loro (il-)logiche
competitive e utilitaristiche.
Si pratica il taijiquan
per il puro piacere di farlo; e in questo modo, non
ricercando nulla se non, al limite, l'inutilità e il gioco - miracolo! -
arriveremo agli scopi; a qualsiasi scopo, perché
"Il Tao costantemente non
agisce, eppure non v'è nulla che non faccia" (Lao Zi).
Ma, soprattutto, si arriva a comprendere che non siamo noi a fare il Taiji, esso si genera spontaneamente; o, meglio, forse un giorno, se
proseguiremo, arriveremo a essere il Taiji, fusi con l'arte (marziale o
no, che importa?).
E, come diceva Don Juan a Castaneda: "Per me esiste solo
il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che
abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è
attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando,
guardando, senza fiato".
E allora, perché praticare taijiquan? Quanto scritto sopra è una
delle possibili risposte. Se non è soddisfacente (e non deve esserlo!)
l'unico modo è provare il taijiquan. D'altronde:
"A che vi serve una
filosofia se non la potete scolpire, cantare e danzare?" (Zolla).